1. Home
  2. Approfondimenti
  3. Decessi e familiari
  4. Dopo un decesso
  5. Morte in ospedale

Morte in ospedale: cosa possono fare i familiari

In breve

Quando una persona cara muore in ospedale e qualcosa non torna, i familiari possono chiedere la cartella clinica, valutare un riscontro diagnostico prima della sepoltura e far esaminare il caso da un medico legale. Il risarcimento è possibile se le cure non sono state adeguate e questo ha causato o anticipato la morte. Non basta l’esito: va dimostrato il collegamento.

  • Lettura: 8 minuti
  • Aggiornato il 18 ottobre 2026
  • Fonti in fondo all’articolo
Letto d'ospedale vuoto e rifatto, con una sedia accanto alla finestra

Dopo una morte in ospedale molte famiglie restano con domande senza risposta. Il peggioramento è stato improvviso? Perché nessuno ha spiegato cosa stava succedendo? Si poteva fare qualcosa prima?

Non sempre dietro un decesso c’è un errore. A volte la malattia era troppo grave, a volte le cure sono state corrette ma non sono bastate. Altre volte, invece, ritardi, omissioni o infezioni hanno pesato sull’esito. Capire in quale situazione ci si trova è un diritto della famiglia.

Quando una morte in ospedale merita una verifica

Ci sono situazioni che è utile far esaminare da un medico legale. Per esempio:

  • un peggioramento improvviso che i medici non hanno spiegato in modo chiaro;
  • un ritardo nella diagnosi, negli esami o nell’inizio di una terapia;
  • un’infezione comparsa durante il ricovero, magari una sepsi;
  • un intervento considerato di routine finito con complicanze gravi;
  • una dimissione dal pronto soccorso o dal reparto seguita da un rapido peggioramento;
  • una caduta, un errore nei farmaci, una sorveglianza insufficiente;
  • spiegazioni diverse o contraddittorie da parte del personale.

Nessuno di questi segnali prova da solo una responsabilità. Sono però buoni motivi per chiedere la documentazione e farla leggere a chi sa interpretarla.

Da sapere

Un esito negativo delle cure non dimostra da solo una responsabilità. Ogni caso richiede l’esame della documentazione clinica e una valutazione medico-legale.

Cosa fare nei primi giorni

Nei giorni dopo un decesso le famiglie sono sopraffatte. Alcune cose però conviene farle presto, perché dopo diventano difficili o impossibili. Le spieghiamo nel dettaglio nell’articolo su cosa fare nelle prime ore dopo un decesso sospetto.

Chiedere la cartella clinica

È il documento più importante. La struttura deve consegnarla entro 7 giorni dalla richiesta, con le integrazioni entro 30 giorni (art. 4 della legge 24/2017). Possono chiederla anche i familiari di una persona deceduta. Come fare, passo per passo, è spiegato nella guida alla cartella clinica.

Valutare un riscontro diagnostico, prima della sepoltura

Il riscontro diagnostico è un esame sul corpo, fatto in ambito sanitario, per chiarire la causa della morte. Dal 2017 i familiari possono concordarlo con il direttore sanitario o sociosanitario della struttura e farsi assistere da un medico di loro fiducia (art. 37 del regolamento di polizia mortuaria, DPR 285/1990). Vale anche per i decessi avvenuti fuori dall’ospedale. Va deciso prima della sepoltura o della cremazione: dopo, la causa della morte si potrà ricostruire solo dai documenti.

È una scelta delicata e personale. Non è obbligatoria e non serve in tutti i casi. Se avete dubbi seri, parlatene subito con un medico legale.

Scrivere una cronologia

Annotate date, orari, nomi dei reparti, cosa vi è stato detto e da chi. Conservate messaggi, referti, lettere di dimissione, ricevute delle spese. Sono dettagli che con il tempo si dimenticano e che aiutano molto nella valutazione.

Cosa si verifica, in parole semplici

Per chiedere un risarcimento bisogna dimostrare tre cose:

  1. La condotta. Cosa è stato fatto, o non è stato fatto, rispetto a quello che si doveva fare: esami, diagnosi, terapie, sorveglianza.
  2. Il collegamento. Che quella condotta, secondo il criterio del «più probabile che non», ha causato la morte o l’ha anticipata.
  3. Il danno. Le conseguenze per la persona e per la famiglia.

Il criterio del «più probabile che non» è quello del processo civile. Non serve la certezza assoluta: basta che una spiegazione sia più probabile delle altre. Per questo una causa civile può avere senso anche quando un procedimento penale è stato archiviato.

Quando l’ospedale non riesce a provare di aver agito correttamente, e il collegamento con la morte è dimostrato, la struttura deve risarcire. Ospedali, cliniche e RSA rispondono come parti di un contratto di cura (art. 7 della legge 24/2017): di solito la richiesta si rivolge alla struttura e alla sua assicurazione, non al singolo medico.

Chi può chiedere il risarcimento

I familiari possono agire in due modi diversi, spesso insieme.

Per sé stessi. Ogni familiare può chiedere il risarcimento del proprio danno: il dolore e lo sconvolgimento della vita causati dalla perdita (si chiama danno da perdita del rapporto parentale) e i danni economici, per esempio se la persona contribuiva al mantenimento della famiglia.

Come eredi. Gli eredi possono chiedere i danni che la persona aveva già subito prima di morire, per esempio se ha vissuto un periodo di sofferenza consapevole tra l’errore e la morte.

Possono chiedere il risarcimento:

  • il coniuge e la persona unita civilmente;
  • il convivente di fatto, che la legge equipara al coniuge per il risarcimento in caso di morte (art. 1, comma 49, della legge 76/2016);
  • i figli, anche maggiorenni e non conviventi;
  • i genitori e i fratelli;
  • in alcuni casi i nonni, i nipoti e altri familiari, se dimostrano un legame effettivo e significativo.

Ogni familiare ha un proprio diritto. Il fatto di non vivere sotto lo stesso tetto non esclude il risarcimento. Chi rientra, e cosa deve dimostrare, è spiegato nell’articolo chi può chiedere il risarcimento se il paziente è morto.

Quali danni si possono chiedere

Senza entrare nelle cifre, che dipendono da ogni singola situazione, le voci principali sono:

  • il danno da perdita del rapporto parentale, per ciascun familiare;
  • i danni subiti dalla persona prima di morire, se c’è stato un periodo di sofferenza;
  • le spese sostenute, comprese quelle funerarie;
  • la perdita del sostegno economico che la persona garantiva.

I giudici liquidano questi danni con delle tabelle che tengono conto, tra l’altro, dell’età della persona e del familiare, della convivenza e dell’intensità del legame.

Entro quanto tempo si può agire

I termini sono diversi a seconda di chi agisce e per quale danno:

Chi agiscePer quale dannoContro la struttura, di regola
Ogni familiareIl proprio dolore e i propri danni5 anni
Gli erediI danni subiti dalla persona prima di morire10 anni

Se il fatto costituisce un reato, come l’omicidio colposo, il termine può essere più lungo. I termini non decorrono per forza dal giorno del decesso, ma da quando la famiglia poteva capire che la morte era collegata alle cure. Una lettera scritta di richiesta, inviata alla struttura, li interrompe.

Ogni situazione va verificata da un avvocato sui documenti. Se è passato molto tempo, chiedete comunque una valutazione: è meglio saperlo subito.

Denuncia penale o causa civile?

Sono due strade diverse e indipendenti.

Strada penaleStrada civile
Si apre con una denuncia. Indaga il pubblico ministero, anche con un’autopsiaSi apre con una richiesta di risarcimento alla struttura
Riguarda le singole persone, non la strutturaDi solito riguarda la struttura e la sua assicurazione
Serve la prova «oltre ogni ragionevole dubbio»Basta il «più probabile che non»
Tempi spesso lunghi e incertiPrima della causa c’è un passaggio obbligatorio: consulenza tecnica o mediazione

Per chiedere il risarcimento non serve fare una denuncia. La denuncia è una scelta da ponderare con un avvocato: può essere utile in alcuni casi, ma comporta anche tempi e peso emotivo.

Come lavoriamo

Ci racconti cosa è successo, ti diciamo quali documenti chiedere, e medici legali e avvocati verificano se ci sono gli elementi per procedere. Se non ci sono, te lo diciamo con chiarezza. Il percorso, passo per passo, è nella pagina come funziona.

La prima valutazione è senza impegno. Se decidiamo di seguire il caso, le condizioni economiche ti vengono spiegate per iscritto prima di iniziare.

Domande frequenti

Si può chiedere l’autopsia dopo una morte in ospedale?

I familiari possono concordare con il direttore sanitario o sociosanitario un riscontro diagnostico, cioè un esame per chiarire la causa della morte, e farsi assistere da un medico di fiducia. L’autopsia giudiziaria invece la dispone il pubblico ministero, di solito dopo una denuncia. In entrambi i casi va fatto prima della sepoltura o della cremazione.

Chi paga il riscontro diagnostico chiesto dai familiari?

Dipende da come viene disposto. Conviene chiederlo per iscritto alla direzione sanitaria, che indica anche chi sostiene le spese.

I medici hanno detto che è stata una complicanza. Vale la pena chiedere una valutazione?

Sì, se avete dei dubbi. Una complicanza può verificarsi anche con cure corrette, ma la sola parola «complicanza» non chiude la questione: bisogna capire se era prevedibile, se è stata riconosciuta in tempo e se è stata gestita bene.

Sono figlio ma non vivevo con mio padre. Ho diritto al risarcimento?

Sì, i figli possono chiedere il risarcimento anche se non convivevano con il genitore. La convivenza è uno degli elementi che incidono sull’importo, non una condizione per averne diritto.

Il mio compagno non era sposato con me. Posso chiedere il risarcimento?

Sì. La legge riconosce al convivente di fatto gli stessi criteri di risarcimento del coniuge. Conta poter dimostrare la convivenza stabile.

Serve un avvocato per chiedere la cartella clinica?

No. Puoi chiederla direttamente alla struttura. Nella nostra guida trovi anche un modello di richiesta da copiare.

Sono passati alcuni anni dalla morte. È troppo tardi?

Non necessariamente. I termini dipendono da chi agisce, per quale danno e da quando era possibile collegare la morte alle cure. Va verificato sui documenti.

Chi ha scritto e verificato

Testo
Redazione Equilex
Aggiornato

Fonti

  1. Legge 8 marzo 2017, n. 24, testo vigente (Normattiva), artt. 4, 7 e 8
  2. DPR 10 settembre 1990, n. 285, art. 37 (riscontro diagnostico)
  3. Legge 20 maggio 2016, n. 76, art. 1, comma 49 (convivenza di fatto)
  4. Codice civile, artt. 2043, 2946 e 2947 (prescrizione)

Le informazioni di questo articolo sono generali e non sostituiscono una consulenza. Ogni caso richiede l’esame della documentazione clinica e una valutazione medico-legale.

Da leggere anche

I batteri trovati più spesso nelle infezioni prese in ospedale sono Escherichia coli, Klebsiella, Pseudomonas, enterococchi e stafilococco aureo. Molti vivono nel nostro corpo senza fare danni. Trovarne uno nei referti non prova un errore: si verifica dove è stato preso, se la struttura ha fatto la prevenzione dovuta e se l'infezione è stata curata in tempo.
Una diagnosi arrivata in ritardo, o sbagliata, può dare diritto al risarcimento quando con una diagnosi corretta e tempestiva le cure sarebbero state diverse e il danno minore. Se non si può dimostrare che l'esito sarebbe cambiato, il risarcimento è possibile anche per la perdita di una possibilità seria e concreta di guarire, di vivere più a lungo o meglio.
Prima di fare causa per un danno da cure, la legge chiede di passare da una consulenza tecnica preventiva davanti al giudice, chiamata anche ATP, oppure da una mediazione. Nella consulenza un medico nominato dal giudice esamina il caso e prova a far trovare un accordo alle parti, assicurazione compresa. Se l'accordo non c'è, si può andare avanti con la causa.

Vuoi far valutare cosa è successo?

Descrivi in poche righe la cura o il ricovero e le conseguenze. Ti ricontattiamo entro 24 ore, senza impegno.