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Batterio preso in ospedale: quali sono e cosa può fare la famiglia

In breve

I batteri trovati più spesso nelle infezioni prese in ospedale sono Escherichia coli, Klebsiella, Pseudomonas, enterococchi e stafilococco aureo. Molti vivono nel nostro corpo senza fare danni. Trovarne uno nei referti non prova un errore: si verifica dove è stato preso, se la struttura ha fatto la prevenzione dovuta e se l’infezione è stata curata in tempo.

  • Lettura: 8 minuti
  • Aggiornato il 19 ottobre 2026
  • Fonti in fondo all’articolo
Piastre di laboratorio con colonie di batteri e dischetti di antibiotico per l'antibiogramma

«Ha preso un batterio in ospedale.» Molte famiglie sentono questa frase durante un ricovero, o dopo. Nei referti compaiono nomi latini e sigle come MRSA, KPC o ESBL. Qui spieghiamo quali sono i batteri più frequenti, come leggere le voci principali di un referto e cosa si può verificare.

Una premessa: un’infezione presa in ospedale non dimostra da sola un errore. Alcune si verificano anche quando la struttura fa tutto quello che deve. Altre si possono evitare: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, tra il 35 e il 55% delle infezioni correlate all’assistenza si può prevenire (EpiCentro, ISS).

Quali sono i batteri presi più spesso in ospedale

L’ultima indagine nazionale negli ospedali italiani risale a novembre 2022 e ha coinvolto 325 ospedali. Nei pazienti senza COVID-19, i microrganismi trovati più spesso nelle infezioni prese in ospedale erano Escherichia coli (11,7%), Klebsiella pneumoniae (11,6%) e Pseudomonas aeruginosa (8,2%) (ISS e Università di Torino). Le percentuali si riferiscono ai microrganismi trovati, non ai pazienti.

In Europa il quadro è simile. Secondo l’ECDC, l’agenzia europea per le malattie infettive, tra i batteri i più frequenti sono E. coli, Klebsiella, enterococchi, stafilococco aureo, Clostridioides difficile e Pseudomonas.

BatterioCosa sapereInfezioni più frequenti in ospedale
Escherichia coliVive normalmente nell’intestinoInfezioni urinarie e del sangue: è la causa più frequente di sepsi
Klebsiella pneumoniaeAlcuni ceppi resistono a quasi tutti gli antibiotici (leggi l’approfondimento)Polmoniti, infezioni urinarie, del sangue e delle ferite
Pseudomonas aeruginosaSi trova nell’ambiente e nell’acqua, colpisce soprattutto chi ha le difese bassePolmoniti, infezioni del sangue e urinarie
Stafilococco aureoSe resiste alla meticillina si chiama MRSADalle infezioni della pelle fino a polmoniti, endocarditi e infezioni delle ossa
EnterococchiInnocui nelle persone sane; se resistono alla vancomicina si chiamano VREInfezioni urinarie, sepsi, endocarditi
Acinetobacter baumanniiLegato soprattutto alle infezioni correlate all’assistenzaPolmoniti, sepsi, infezioni urinarie
Clostridioides difficileCompare spesso dopo una terapia antibiotica (leggi l’approfondimento)Diarrea e colite

Batteri resistenti: perché in Italia se ne parla tanto

Un batterio è resistente quando alcuni antibiotici non riescono più a ucciderlo. In Italia il problema è più grave che nella media europea. I dati 2024 della sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità lo mostrano bene (AR-ISS):

  • il 25,7% degli stafilococchi aurei era resistente alla meticillina (MRSA);
  • il 34,9% degli enterococchi faecium era resistente alla vancomicina;
  • il 74,3% degli Acinetobacter era resistente ai carbapenemi, gli antibiotici usati quando gli altri non funzionano.

Questi dati riguardano batteri trovati nel sangue e nel liquor, sia in infezioni prese in ospedale sia in infezioni prese fuori. Per ridurre il problema esiste un Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza, prorogato fino al 31 dicembre 2026.

Un batterio resistente rende la cura più difficile. Non cambia però le domande da porsi: l’infezione si poteva prevenire? È stata riconosciuta e curata in tempo?

Come leggere il referto

Il risultato di un esame colturale contiene parole e sigle che spaventano. Ecco le più frequenti.

Le voci che si trovano più spesso

Esempio di voci, non un referto reale.

Materiale: emocoltura
Il campione analizzato, qui il sangue. Altri esempi: urinocoltura, broncoaspirato, tampone della ferita.
Isolato: Klebsiella pneumoniae
Il batterio trovato nel campione.
S
Sensibile: l’antibiotico funziona alla dose normale.
I
Sensibile aumentando l’esposizione: funziona con una dose più alta o data in modo diverso. Prima del 2019 voleva dire «intermedio».
R
Resistente: è molto probabile che l’antibiotico non funzioni.
MRSA
Stafilococco aureo resistente alla meticillina, e quindi a molti antibiotici.
ESBL
Enzimi che rendono il batterio resistente a molte penicilline e cefalosporine.
KPC · CRE · CPE
Batteri resistenti ai carbapenemi. KPC è l’enzima più noto che li rende inefficaci.
VRE
Enterococco resistente alla vancomicina.
MDR · XDR
Multiresistente: non sensibile ad almeno tre gruppi di antibiotici (MDR), o a quasi tutti (XDR).
Tampone rettale di screening: positivo
Il batterio è presente nell’intestino. Può essere una colonizzazione, non per forza un’infezione.

L’elenco degli antibiotici con le lettere S, I e R si chiama antibiogramma. Serve ai medici per scegliere la terapia. Per chi ricostruisce il caso è uno dei documenti più utili: dice quando è stato trovato il batterio e se l’antibiotico usato era adatto.

Colonizzato o infetto: non è la stessa cosa

Una persona è colonizzata quando il batterio vive sul suo corpo o dentro di esso senza causare una malattia. Spesso chi è colonizzato non ha bisogno di cure. Può però sviluppare un’infezione più tardi, e può trasmettere il batterio ad altri pazienti se non si prendono precauzioni.

Per questo, per i batteri resistenti ai carbapenemi, il Ministero della Salute chiede agli ospedali un tampone rettale all’ingresso per i pazienti a rischio. Per esempio chi arriva da un altro ospedale o da una RSA, chi è in dialisi o entra in terapia intensiva. Il paziente va informato del motivo dell’esame. Se il tampone è positivo, ci sono precauzioni precise, e lo stato va comunicato in caso di trasferimento (circolare del 6 dicembre 2019).

Preso in ospedale o già presente prima?

È spesso la prima domanda. Per contare le infezioni, l’ECDC considera «associata all’ospedale» un’infezione i cui sintomi iniziano dal terzo giorno di ricovero, contando come primo giorno quello dell’ingresso. Valgono anche le infezioni comparse entro due giorni dalle dimissioni. Per le infezioni della ferita chirurgica il periodo arriva a 30 giorni dall’intervento, o a 90 se è stata messa una protesi. Per il Clostridioides difficile arriva a 28 giorni.

Attenzione: sono regole per la sorveglianza, non regole di legge. Per capire dove è nata l’infezione il medico legale guarda gli esami fatti all’ingresso, i tamponi di screening, la data e l’ora dei prelievi e l’andamento dei sintomi.

Cosa si verifica

Nelle cause per infezioni prese in ospedale, la Cassazione chiede alla struttura di dimostrare di aver adottato tutte le misure di prevenzione dovute (Cass. 6386/2023). Non bastano documenti generici: contano le misure legate a quel paziente (Cass. 24916/2026). La famiglia deve far emergere che l’infezione è stata presa, con ogni probabilità, in quella struttura e che ha causato o aggravato il danno.

In concreto il medico legale controlla:

  1. quando è comparso il batterio, rispetto all’ingresso;
  2. se la struttura ha seguito le regole di prevenzione: igiene delle mani, isolamento, tamponi di screening, cura di cateteri e ferite;
  3. se l’infezione è stata riconosciuta in tempo, guardando febbre, esami e parametri;
  4. se la terapia era coerente con l’antibiogramma ed è stata cambiata quando serviva;
  5. che peso ha avuto l’infezione sull’aggravamento o sulla morte.

Documenti da chiedere

La copia integrale della cartella clinica: diario clinico e infermieristico, schede di terapia, esami colturali con data e ora del prelievo, antibiogrammi, tamponi di screening, documentazione su cateteri e altri dispositivi, lettera di dimissione. La struttura deve consegnarla entro 7 giorni, con le integrazioni entro 30. Come chiederla è spiegato in Come ottenere la cartella clinica.

Cosa può fare Equilex

Se nei documenti di un vostro familiare compare un batterio e qualcosa non vi convince, raccontateci il ricovero. Vi diciamo quali documenti chiedere. Poi medici legali e avvocati leggono la documentazione e vi dicono se ci sono elementi per andare avanti. Se non ci sono, ve lo diciamo con chiarezza.

Domande frequenti

Qual è il batterio ospedaliero più pericoloso?

Non c’è una classifica unica. Il pericolo dipende dal batterio, dalla sua resistenza agli antibiotici e soprattutto dalle condizioni del paziente. Tra i più temuti ci sono i batteri resistenti ai carbapenemi, come la Klebsiella KPC e l’Acinetobacter, perché restano pochi antibiotici per curarli.

Si può prendere un batterio in sala operatoria?

Sì. Le infezioni della ferita chirurgica sono tra le infezioni correlate all’assistenza. Per la sorveglianza si contano quelle comparse entro 30 giorni dall’intervento, o 90 se è stata messa una protesi. Non tutte dipendono da un errore: si verifica se la prevenzione prevista è stata fatta.

Trovare un batterio resistente vuol dire che l’ospedale ha sbagliato?

No. La resistenza rende la cura più difficile, ma non prova da sola un errore. Si verifica se l’infezione si poteva prevenire e se è stata riconosciuta e curata in tempo.

Il paziente aveva già il batterio prima del ricovero: cambia qualcosa?

Sì, conta. Se il batterio era presente già all’ingresso, l’infezione potrebbe non essere nata in quella struttura. Si guarda però anche se sono state prese le precauzioni e se l’infezione è stata curata bene una volta comparsa.

Nel referto c’è scritto «I»: l’antibiotico funziona o no?

Dal 2019 «I» significa «sensibile aumentando l’esposizione». L’antibiotico può funzionare con una dose più alta o dato in modo diverso. Prima voleva dire «intermedio», e molti siti usano ancora la vecchia spiegazione.

Entro quando si può chiedere il risarcimento?

Di regola entro 5 anni per il danno di ogni familiare ed entro 10 anni per i danni subiti dal paziente, verso la struttura. I termini partono da quando era possibile collegare il danno alle cure. I dettagli sono in Entro quando chiedere il risarcimento.

Chi ha scritto e verificato

Testo
Redazione Equilex
Aggiornato

Fonti

  1. ISS e Università di Torino, indagine di prevalenza PPS3 negli ospedali italiani, novembre 2022: sintesi
  2. ECDC, indagine di prevalenza nei reparti per acuti 2022-2023 (tabella 12 e definizioni)
  3. EpiCentro, ISS: sorveglianza dell’antibiotico-resistenza AR-ISS, dati 2024
  4. EpiCentro, ISS: Escherichia coli, Staphylococcus aureus, Pseudomonas aeruginosa, Enterococcus faecium, Acinetobacter
  5. EpiCentro, ISS: infezioni correlate all’assistenza
  6. Ministero della Salute, circolare 6 dicembre 2019 sulla sorveglianza e il controllo delle infezioni da CRE
  7. EUCAST, nuove definizioni di S, I e R
  8. Magiorakos e altri, definizioni di MDR, XDR e PDR (iniziativa ECDC-CDC), Clinical Microbiology and Infection 2012
  9. CDC: ESBL, MRSA, VRE e colonizzazione
  10. Conferenza Stato-Regioni, 30 luglio 2025: proroga del PNCAR 2022-2025 al 31 dicembre 2026
  11. Legge 8 marzo 2017, n. 24, art. 4 (Normattiva)
  12. Cassazione civile, sez. III, 3 marzo 2023, n. 6386: prova a carico della struttura nelle infezioni ospedaliere
  13. Cassazione civile, sez. III, ordinanza 1 settembre 2026, n. 24916: contano le misure di prevenzione legate al singolo caso

Le informazioni di questo articolo sono generali e non sostituiscono una consulenza. Ogni caso richiede l’esame della documentazione clinica e una valutazione medico-legale.

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Una diagnosi arrivata in ritardo, o sbagliata, può dare diritto al risarcimento quando con una diagnosi corretta e tempestiva le cure sarebbero state diverse e il danno minore. Se non si può dimostrare che l'esito sarebbe cambiato, il risarcimento è possibile anche per la perdita di una possibilità seria e concreta di guarire, di vivere più a lungo o meglio.
Prima di fare causa per un danno da cure, la legge chiede di passare da una consulenza tecnica preventiva davanti al giudice, chiamata anche ATP, oppure da una mediazione. Nella consulenza un medico nominato dal giudice esamina il caso e prova a far trovare un accordo alle parti, assicurazione compresa. Se l'accordo non c'è, si può andare avanti con la causa.
Di regola il paziente ha 10 anni per chiedere il risarcimento all'ospedale o alla clinica, e 5 anni verso il singolo medico. I familiari di una persona morta hanno di regola 5 anni per il proprio danno. I termini partono da quando il danno si poteva collegare alle cure, possono essere più lunghi se il fatto è un reato e si interrompono con una richiesta scritta.

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