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Sepsi e shock settico dopo un ricovero: quando chiedere una verifica

In breve

La sepsi è una reazione grave dell’organismo a un’infezione. Dopo un ricovero si verificano due cose distinte: se l’infezione è nata durante le cure e poteva essere prevenuta, e se la sepsi è stata riconosciuta e curata in tempo. La parola «sepsi» nel certificato di morte non prova una colpa, ma è un buon motivo per far leggere la documentazione a un medico legale.

  • Lettura: 7 minuti
  • Aggiornato il 18 ottobre 2026
  • Fonti in fondo all’articolo
Flebo che gocciola di notte, con le luci del monitor sullo sfondo

«Sepsi», «shock settico», «insufficienza multiorgano». Sono parole che molte famiglie leggono per la prima volta nel certificato di morte o nella lettera di dimissione di un familiare. Spesso nessuno le ha spiegate davvero.

Questa pagina spiega cosa significano, perché possono far nascere dei dubbi e cosa si può verificare.

Che cosa sono la sepsi e lo shock settico

La sepsi non è un’infezione in sé. È la risposta sbagliata dell’organismo a un’infezione: invece di limitarsi a combatterla, il corpo danneggia i propri organi. La definizione internazionale, adottata nel 2016, la descrive come una disfunzione degli organi pericolosa per la vita, causata da una risposta alterata dell’organismo a un’infezione.

Lo shock settico è la forma più grave: la pressione resta troppo bassa anche dopo i liquidi, servono farmaci per sostenerla e compaiono segni di sofferenza delle cellule, come l’aumento del lattato nel sangue. Il rischio di morte è molto alto.

La sepsi può partire da infezioni diverse: dei polmoni, delle vie urinarie, dell’addome, di una ferita chirurgica, di un catetere. Può nascere da un’infezione presa fuori dall’ospedale oppure da un’infezione contratta durante le cure.

Cosa dice, e cosa non dice, il certificato di morte

Se nel certificato compare la sepsi, significa che i medici la considerano tra le cause del decesso. Il certificato però non dice:

  • dove è nata l’infezione che ha portato alla sepsi;
  • se quell’infezione si poteva prevenire;
  • se la sepsi è stata riconosciuta in tempo;
  • se le terapie sono state adeguate e tempestive.

Sono proprio queste le domande da porsi. E le risposte si trovano nella cartella clinica, non nel certificato.

Da sapere

La sepsi può colpire anche pazienti curati in modo corretto. Un’infezione o una sepsi insorte in ospedale non dimostrano da sole una responsabilità: serve l’esame della documentazione e una valutazione medico-legale.

Due domande diverse da verificare

1. L’infezione è nata durante il ricovero e si poteva prevenire?

Se l’infezione è comparsa dopo l’ingresso in ospedale o dopo un intervento, si tratta di un’infezione correlata all’assistenza. In questi casi la struttura deve dimostrare di aver adottato e applicato, a quel paziente, le misure di prevenzione dovute: dalla pulizia degli ambienti alla gestione di cateteri e ferite, fino all’isolamento dei pazienti con germi resistenti. Lo spieghiamo nella pagina sul risarcimento per infezione ospedaliera.

2. La sepsi è stata riconosciuta e curata in tempo?

Anche quando l’infezione non era evitabile, conta come è stata gestita. Nella sepsi il tempo è decisivo. Le linee guida internazionali della Surviving Sepsis Campaign raccomandano, negli adulti con possibile shock settico o con una sepsi molto probabile, di somministrare gli antibiotici subito, idealmente entro un’ora da quando la situazione viene riconosciuta.

Il medico legale verifica quindi, tra l’altro:

  • quando sono comparsi i primi segnali: febbre, respiro accelerato, pressione bassa, confusione, poca urina;
  • quanto tempo è passato prima che qualcuno li valutasse;
  • quando sono state prelevate le emocolture e quando sono iniziati gli antibiotici;
  • se la fonte dell’infezione è stata cercata e trattata, per esempio rimuovendo un catetere infetto o drenando un ascesso;
  • se il paziente è stato monitorato e, se serviva, trasferito in terapia intensiva.

I documenti che contano

Per un caso di sepsi la cartella clinica va chiesta completa. In particolare:

  • il diario clinico e il diario infermieristico, con gli orari;
  • le grafiche dei parametri vitali: temperatura, pressione, frequenza cardiaca e respiratoria, saturazione;
  • le schede della terapia, con l’ora esatta di somministrazione degli antibiotici;
  • gli esami del sangue, compresi gli indici di infiammazione e il lattato;
  • le emocolture e gli altri esami colturali, con data e ora del prelievo e gli antibiogrammi;
  • la documentazione su cateteri, accessi venosi e interventi;
  • le consulenze specialistiche e l’eventuale passaggio in terapia intensiva.

La struttura deve consegnare la cartella entro 7 giorni dalla richiesta, con le integrazioni entro 30 (art. 4 della legge 24/2017). Come chiederla, anche per un familiare deceduto, è spiegato nella guida alla cartella clinica.

Batteri resistenti: cosa cambia

Spesso nei referti compaiono nomi di batteri come Klebsiella pneumoniae, Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA), Pseudomonas o Acinetobacter. A volte con sigle che indicano la resistenza agli antibiotici.

Il nome del batterio non prova una colpa. Però aiuta a capire due cose: da dove può essere arrivata l’infezione e quali misure di prevenzione erano richieste. Per i germi resistenti, per esempio, sono previsti screening, isolamento e precauzioni da contatto. L’antibiogramma, che indica a quali antibiotici il batterio risponde, serve anche a capire se la terapia era adatta.

Cosa deve dimostrare chi chiede il risarcimento

Chi agisce, il paziente o i familiari, deve dimostrare che l’infezione o il ritardo nelle cure hanno causato o aggravato il danno, o hanno contribuito alla morte. Non serve la certezza assoluta: basta che sia la spiegazione più probabile.

La struttura, a sua volta, deve dimostrare di aver fatto ciò che doveva. Ospedali, cliniche e RSA rispondono come parti di un contratto di cura (art. 7 della legge 24/2017).

Quanto ai tempi per agire: di regola 10 anni per i danni del paziente, che passano agli eredi, e 5 anni per i danni propri dei familiari. Li spieghiamo nell’articolo sulla morte in ospedale. Vanno sempre verificati da un avvocato sui documenti.

Come lavoriamo

  1. Ci racconti cosa è successo: il ricovero, quando è comparsa l’infezione, cosa è stato fatto.
  2. Ti indichiamo quali documenti chiedere, a partire dalla cartella clinica completa.
  3. Medici legali e avvocati ricostruiscono i tempi e valutano se l’infezione era prevenibile e se la sepsi è stata gestita correttamente.
  4. Se ci sono gli elementi, ti spieghiamo il percorso. Se non ci sono, te lo diciamo con chiarezza.

La prima valutazione è senza impegno. Se decidiamo di seguire il caso, le condizioni economiche ti vengono spiegate per iscritto prima di iniziare.

Domande frequenti

La sepsi in ospedale è sempre colpa di qualcuno?

No. La sepsi può verificarsi anche quando tutto è stato fatto correttamente, soprattutto nei pazienti fragili. Si può parlare di responsabilità se l’infezione si poteva prevenire o se la sepsi non è stata riconosciuta e curata in tempo, e se questo ha inciso sull’esito.

Nel certificato c’è scritto «shock settico». Che cosa significa?

Che la sepsi aveva raggiunto la forma più grave, con un crollo della pressione che richiedeva farmaci per sostenerla. Il certificato indica la causa della morte, non dice se ci sono stati errori.

Si può capire dove è nata l’infezione?

Spesso sì, almeno in termini di probabilità. Contano gli esami all’ingresso, i tempi di comparsa dei sintomi, il punto del corpo coinvolto, il tipo di batterio e la documentazione su cateteri e interventi.

Il mio familiare era anziano e già malato. Ha senso chiedere una valutazione?

Sì. Età e malattie precedenti incidono su quanto la sepsi abbia pesato sull’esito, ma i pazienti fragili hanno diritto a una sorveglianza e a cure più attente, non meno.

Cosa sono le emocolture e perché sono importanti?

Sono esami del sangue che cercano batteri o funghi. La data e l’ora del prelievo, e il loro risultato, aiutano a capire quando è iniziata l’infezione, quale germe l’ha causata e se la terapia era adatta.

Bisogna fare una denuncia?

Non è necessario per chiedere il risarcimento, che segue la strada civile. La denuncia è una scelta da valutare con un avvocato.

Chi ha scritto e verificato

Testo
Redazione Equilex
Aggiornato

Le informazioni di questo articolo sono generali e non sostituiscono una consulenza. Ogni caso richiede l’esame della documentazione clinica e una valutazione medico-legale.

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I batteri trovati più spesso nelle infezioni prese in ospedale sono Escherichia coli, Klebsiella, Pseudomonas, enterococchi e stafilococco aureo. Molti vivono nel nostro corpo senza fare danni. Trovarne uno nei referti non prova un errore: si verifica dove è stato preso, se la struttura ha fatto la prevenzione dovuta e se l'infezione è stata curata in tempo.
Una diagnosi arrivata in ritardo, o sbagliata, può dare diritto al risarcimento quando con una diagnosi corretta e tempestiva le cure sarebbero state diverse e il danno minore. Se non si può dimostrare che l'esito sarebbe cambiato, il risarcimento è possibile anche per la perdita di una possibilità seria e concreta di guarire, di vivere più a lungo o meglio.
Prima di fare causa per un danno da cure, la legge chiede di passare da una consulenza tecnica preventiva davanti al giudice, chiamata anche ATP, oppure da una mediazione. Nella consulenza un medico nominato dal giudice esamina il caso e prova a far trovare un accordo alle parti, assicurazione compresa. Se l'accordo non c'è, si può andare avanti con la causa.

Un ricovero, un’infezione, poi il peggioramento?

Rispondi a poche domande sul ricovero: capiamo insieme se ci sono elementi da far esaminare. La prima valutazione è senza impegno.