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Klebsiella contratta in ospedale: cosa significa per i familiari

In breve

La Klebsiella pneumoniae è un batterio che può causare infezioni gravi nei pazienti ricoverati, soprattutto quando resiste agli antibiotici. Trovarla nei referti non prova da sola un errore. Conta capire dove è stata contratta, se la struttura ha adottato le misure di prevenzione e se l’infezione è stata riconosciuta e curata in tempo.

  • Lettura: 6 minuti
  • Aggiornato il 18 ottobre 2026
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Ingresso di una terapia intensiva con un carrello di camici monouso e guanti

Molte famiglie leggono la parola «Klebsiella» in un referto o nella lettera di dimissione. A volte succede dopo la morte di una persona cara. Spesso accanto ci sono sigle come KPC o «resistente ai carbapenemi». Qui spieghiamo cosa significano e cosa si può verificare.

Una premessa: un’infezione contratta in ospedale non dimostra da sola una responsabilità. Alcune infezioni si verificano anche quando la struttura fa tutto quello che deve. Altre si possono prevenire. Capire in quale caso ci si trova è il compito della valutazione medico-legale.

Cos’è la Klebsiella

La Klebsiella pneumoniae è un batterio. Vive spesso nell’intestino senza dare problemi. Diventa pericolosa quando arriva in altre parti del corpo, soprattutto nei pazienti ricoverati e deboli.

In ospedale le infezioni da batteri di questa famiglia riguardano soprattutto (Ministero della Salute, circolare 2019):

  • polmoniti, anche nei pazienti con ventilazione meccanica;
  • infezioni delle vie urinarie, spesso legate al catetere vescicale;
  • infezioni del sangue, che possono portare alla sepsi;
  • infezioni della ferita dopo un intervento chirurgico.

Sono più a rischio i pazienti in terapia intensiva e quelli con cateteri o altri dispositivi. Lo sono anche chi resta ricoverato a lungo e chi ha preso molti antibiotici.

Cosa significano KPC e «resistente ai carbapenemi»

I carbapenemi sono antibiotici molto potenti. Si usano quando gli altri non funzionano. Alcuni ceppi di Klebsiella producono enzimi che li rendono inefficaci: il più noto si chiama KPC. Nei referti si trovano anche le sigle CRE o CPE. Indicano batteri di questa famiglia resistenti ai carbapenemi.

Un’infezione da Klebsiella resistente è più difficile da curare, perché restano pochi antibiotici efficaci. In Italia il problema è rilevante. Nel 2024 era resistente ai carbapenemi il 24% della Klebsiella pneumoniae trovata nel sangue dei pazienti. Nel 2023 era il 26,5%. Il dato viene dalla sorveglianza AR-ISS dell’Istituto Superiore di Sanità.

Dal 2013 i casi di infezione del sangue da questi batteri resistenti vanno segnalati alle autorità sanitarie. Le strutture devono prendere misure precise perché non passino da un paziente all’altro.

Nel referto dell’esame colturale c’è l’antibiogramma. Indica a quali antibiotici il batterio è sensibile (S) e a quali è resistente (R). È uno dei documenti più utili per ricostruire il caso.

Un’infezione in ospedale è sempre colpa della struttura?

No. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, circa il 35-55% delle infezioni correlate all’assistenza si può prevenire con interventi adeguati (EpiCentro, ISS). Significa che una parte importante si può evitare, ma non tutte.

Nelle cause per infezione ospedaliera la Cassazione chiede alla struttura di dimostrare di aver adottato tutte le cautele previste dalle norme e dalle buone pratiche (Cass. 6386/2023). Nel 2026 ha precisato che non basta esibire un certificato di pulizia del posto letto o dimostrare una corretta profilassi antibiotica: contano le misure legate al singolo caso (Cass. 24916/2026).

Anche la famiglia però deve fare la sua parte. Deve dimostrare che, con ogni probabilità, l’infezione è stata contratta in quella struttura e ha causato o aggravato il danno. In un caso di Klebsiella riportato dalla stampa giuridica nel 2026, i giudici avevano ritenuto non provato che l’infezione fosse nata in ospedale, e la Cassazione ha confermato la decisione d’appello.

Cosa si verifica in un caso di Klebsiella

La valutazione medico-legale cerca di rispondere ad alcune domande:

  1. Quando è comparso il batterio? Gli esami all’ingresso e i tamponi di controllo dicono se il paziente lo aveva già o lo ha preso durante il ricovero.
  2. La struttura ha adottato le misure di prevenzione? Il Ministero della Salute indica igiene delle mani, sorveglianza, precauzioni da contatto, stanza singola e pulizia degli ambienti. Per i pazienti a rischio prevede un tampone rettale al ricovero.
  3. L’infezione è stata riconosciuta in tempo? Febbre, esami alterati, peggioramento: quanto tempo è passato prima degli esami e della terapia.
  4. La terapia era adeguata? Se l’antibiotico scelto era coerente con l’antibiogramma e se è stato cambiato quando serviva.
  5. Che peso ha avuto l’infezione? Se ha causato o anticipato la morte, o aggravato le condizioni del paziente.

Documenti da chiedere

La copia integrale della cartella clinica, compresi diario clinico e infermieristico, schede di terapia, grafiche dei parametri, esami colturali con data e ora del prelievo, antibiogrammi e tamponi di screening, documentazione su cateteri e dispositivi, lettera di dimissione ed eventuale scheda di morte. La struttura deve consegnarla entro 7 giorni, con le integrazioni entro 30.

Cosa può fare Equilex

Se nei documenti di un vostro familiare compare la Klebsiella e qualcosa non vi convince, possiamo aiutarvi. Ci raccontate il caso e vi diciamo quali documenti chiedere. Poi medici legali e avvocati valutano la documentazione. Se il caso non ha gli elementi per andare avanti, ve lo diciamo con chiarezza.

Domande frequenti

La Klebsiella si prende solo in ospedale?

No. Può essere già presente nell’intestino senza dare problemi, oppure essere contratta in un altro ospedale o in una RSA. Per questo è importante capire quando è comparsa, guardando gli esami fatti all’ingresso e durante il ricovero.

Cosa vuol dire «colonizzato» da Klebsiella?

Che il batterio è presente nel corpo, per esempio nell’intestino, ma non sta causando un’infezione. Un paziente colonizzato può però sviluppare un’infezione più tardi, e può trasmettere il batterio ad altri se non si adottano le precauzioni.

I medici hanno detto che era resistente a tutto e non c’era niente da fare. È così?

La resistenza agli antibiotici rende la cura più difficile. La domanda da porsi però è un’altra: se l’infezione si poteva prevenire e se è stata riconosciuta e curata in tempo. È ciò che verifica il medico legale sulla documentazione.

Il paziente era già molto malato: ha senso chiedere una valutazione?

Sì, se avete dubbi. Le condizioni di partenza contano nella valutazione, ma non escludono da sole una responsabilità: un’infezione evitabile può aver aggravato la situazione o anticipato la morte.

Entro quando si può chiedere il risarcimento?

Di regola entro 5 anni per il danno di ogni familiare ed entro 10 anni per i danni subiti dalla persona, verso la struttura. I termini partono da quando era possibile collegare il danno alle cure.

Chi ha scritto e verificato

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Redazione Equilex
Aggiornato

Le informazioni di questo articolo sono generali e non sostituiscono una consulenza. Ogni caso richiede l’esame della documentazione clinica e una valutazione medico-legale.

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I batteri trovati più spesso nelle infezioni prese in ospedale sono Escherichia coli, Klebsiella, Pseudomonas, enterococchi e stafilococco aureo. Molti vivono nel nostro corpo senza fare danni. Trovarne uno nei referti non prova un errore: si verifica dove è stato preso, se la struttura ha fatto la prevenzione dovuta e se l'infezione è stata curata in tempo.
Una diagnosi arrivata in ritardo, o sbagliata, può dare diritto al risarcimento quando con una diagnosi corretta e tempestiva le cure sarebbero state diverse e il danno minore. Se non si può dimostrare che l'esito sarebbe cambiato, il risarcimento è possibile anche per la perdita di una possibilità seria e concreta di guarire, di vivere più a lungo o meglio.
Prima di fare causa per un danno da cure, la legge chiede di passare da una consulenza tecnica preventiva davanti al giudice, chiamata anche ATP, oppure da una mediazione. Nella consulenza un medico nominato dal giudice esamina il caso e prova a far trovare un accordo alle parti, assicurazione compresa. Se l'accordo non c'è, si può andare avanti con la causa.

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